Il naufragio della nave Santo Spirito
sulle scogliere di Portofino
(29 ottobre 1579)

 

L’ultimo viaggio della

“nave grossa di Antonio Iveglia”*

 

image001Nel tardo pomeriggio del 29 ottobre 1579 un imponente veliero mercantile che cercava di  doppiare a Levante la punta di Capo di Monte (l’attuale Promontorio di Portofino) per mettersi al riparo da una furiosa mareggiata di Libeccio,  veniva spinto a fracassarsi contro l’accidentata scogliera nello specchio di mare antistante la Chiesa di San Nicolò tra Camogli e Punta Chiappa, una decina di miglia nautiche ad Est di Genova: si trattava della Santo Spirito – Santa Maria di Loreto, una nave da 9500 salme (circa 1.800 tonnellate) di portata, verosimilmente la più grande fra quelle che solcavano in quei tempi il Mediterraneo occidentale. Il suo porto di armamento era Ragusa di Dalmazia (l’attuale Dubrovnik), repubblica marinara del medio Adriatico che stava allora conoscendo un momento di particolare fortuna nella gestione del traffico commerciale per conto di una committenza ampia e diversificata; era allora capitanata da Antonio Iveglia Ohmuchievich, appartenente ad una delle più illustri famiglie di quella località e molto probabilmente detentore di maggioranza delle quote di proprietà della nave stessa.

 

Santa MariaDa documenti dell’Archivio Storico di Dubrovnik apprendiamo che essa era già in navigazione prima del 1568 al comando di Giorgio Iveglia, fratello di Antonio. Trascorsa una decina d’anni nella navigazione su altre rotte, la Santo Spirito aveva attraccato per la prima volta nel porto di Genova nel luglio del 1578, provenendo da Ibiza, come testimoniano le registrazioni del pagamento delle imposte portuali; questi dati, oltre a fornirci informazioni sulla sua stazza, ci indicano che essa doveva avere un equipaggio composto di circa 130 elementi tra marinai e ufficiali. In quel momento, il capitano cui erano imputate le imposte risultava ancora il già nominato Giorgio Iveglia; purtroppo il passaggio del comando tra i due fratelli doveva poi essere avvenuto per cause funeste: infatti, probabilmente nell’autunno-inverno di quell’anno, mentre la nave era impegnata, a noleggio della Corona di Spagna, nel trasferimento di truppe imbarcate nel territorio metropolitano iberico verso i porti italiani di Livorno e Spezia, essa era stata investita sulla costa spagnola da rovinosi fortunali che le avevano causato seri danni all’alberatura e allo scafo e provocato la morte di undici marinai e dello stesso capitano.

         La Santo Spirito  dovette quindi rimanere ferma per riparazioni nel corso di un periodo molto lungo; la ritroviamo tornata a Genova dalla Spagna soltanto nel settembre del 1579; il 15 di questo mese, infatti, risulta nuovamente noleggiata dell’ambasciatore spagnolo residente nella capitale ligure, Don Bernardino di Mendoza, per conto della regia Corte di Napoli. Il relativo contratto prevede il pagamento di un canone mensile di una Lira genovese per ogni salma (mc 0,275 - Kg 190 circa) della sua portata, che venne allora stimata da un tecnico locale in 9500 salme.

Ricostruzione della rotta della Santo SpiritoIn quel periodo stava imperversando in città una virulenta epidemia di peste che rallentava le operazioni portuali di  carico e scarico, falcidiando il personale impegnato in queste attività e causando ritardi per i controlli di sanità eseguiti su merci e viaggiatori; anche l’equipaggio della Santo Spirito doveva sicuramente trovarsi ridotto nel numero a causa del morbo. Per questo, alla metà di ottobre, la Santo Spirito si trovava ancora nel porto di Genova dove stava completando il suo carico comprendente anche cinque grossi cannoni di bronzo, accompagnati dalle relative munizioni,  prodotti nelle fonderie genovesi per il vicereame di Napoli, oltre a 14 tonnellate di chiodi per costruzioni navali, destinati alla squadra di galee del capoluogo partenopeo. La partenza era avvenuta nella serata del 28 ottobre e nella mattinata del giorno seguente la nave stava ancora arrancando faticosamente nelle acque di fronte a Recco, attraverso le onde burrascose di quello che si stava ormai trasformando in un vero e proprio fortunale; gli abitanti di questa cittadina e quelli della vicina Camogli poterono seguire dalla costa la sua deriva fino al rovinoso impatto contro la scogliera. In seguito a questo l’acqua iniziò ad entrare abbondantemente attraverso gli squarci apertisi nel fasciame dell’imbarcazione ormai ingovernabile, mentre il capitano con l’equipaggio al completo riusciva a mettere in mare una barca e a raggiungere in qualche modo la riva scoscesa trovandovi un provvidenziale aiuto da parte degli abitanti di Ruta e di San Rocco, che scesi velocemente fino al mare e, lanciando delle funi verso i malcapitati, erano riusciti infine a salvarli tutti quanti. I coraggiosi contadini del Monte, oltre ad affrontare il pericolo dei precipizi e delle ondate, accostandosi ai naufraghi si erano anche esposti consapevolmente al rischio del contagio, che per fortuna non ebbe alcun esito funesto. 

Prima di colare definitivamente a picco, la nave rimase ancora per alcuni giorni in balia delle ondate che disperdevano la parte più leggera del carico composto di  tessuti di cotone e di lana, che venivano via e via spiaggiati a Recco e Camogli, mentre gli oggetti più pesanti calavano sul fondale attraverso le fenditure dello scafo.

Area del naufragio della Santo Spirito

Non appena si diffuse la notizia del naufragio giunse sul posto un incaricato dell’ambasciatore spagnolo a Genova, che si diede subito un gran daffare per recuperare la parte più preziosa del carico rappresentata dai cannoni in bronzo destinati alle difese di Napoli, il cui peso complessivo doveva superare le 13 tonnellate; dai documenti risulta che per tale incombenza vennero incaricati con regolare contratto alcuni operatori subacquei specializzati locali, i famosi margoni, essendo quelli genovesi tra i più apprezzati in tale attività. Il relativo contratto, che annotava la profondità a cui giaceva il relitto sui 30 palmi (m. 8 circa), prevedeva il pagamento di un premio di 30 Scudi d’oro da 4 Lire genovesi, per ogni pezzo riportato a riva: il compenso totale sarebbe quindi asceso a Lire 600 su un valore complessivo dei cinque cannoni stimabile in Lire 14000 circa. Le fonti archivistiche tacciono sul reale compimento di questa operazione: sappiamo, infatti,  che vennero recuperate alcune migliaia di proiettili in ferro colato, ma non si trova notizia dei cinque grossi pezzi d’artiglieria.

Abbiamo invece informazioni documentali dettagliate sul ripescaggio di tredici cannoni in bronzo appartenenti alla dotazione di bordo della Santo Spirito, da parte della stessa compagnia di margoni ingaggiati allo scopo dal capitano Iveglia, che versò loro un compenso di Lire 650 (£ 50 al pezzo); quest’ultimo vendette poi le artiglierie recuperate, pesanti quasi dieci tonnellate, ad un commerciante genovese per la bella somma di Lire 9174.

La fortuna che aveva salvato Antonio Iveglia da quel naufragio, doveva però abbandonarlo qualche anno dopo quando, al comando di una nave più piccola, la Santa Maria di Loreto e Sant’Antonio (700 tonnellate), fu attaccato da sette galeotte algerine, riuscendo a respingerle e a salvare carico ed equipaggio, trovando però la morte nel corso del combattimento.

Se effettivamente i cinque pezzi di proprietà spagnola rimasero in mare, ciò può essere stato causato dal fatto che forse erano calati a maggiore profondità, fuoriuscendo dallo scafo quando questo era stato allontanato dalla scogliera per la risacca (in questo settore il fondale scende rapidamente verso i 40 metri); oppure perché risultavano nascosti e resi inaccessibili dalle strutture del relitto che li conteneva essendo stati caricati nella parte più bassa della stiva.

Nel 1971, al fine di localizzare questi reperti, fu avviata un’operazione di ricerca a vista patrocinata da un’associazione storica locale, che coinvolse anche una quarantina di sommozzatori militari; tale indagine non portò purtroppo ad alcun risultato, forse a causa della densa vegetazione che caratterizza quell’area sottomarina e rende molto difficoltoso l’avvistamento e probabilmente anche per la presenza di un potente sedimento che potrebbe aver inglobato le tracce del naufragio.

Più di recente l’Istituto Idrografico della Marina Militare Italiana ha condotto un’indagine strumentale non dedicata nella zona, rilevando un’anomalia che deve essere ancora interpretata. 

Lo specchio di mare nel quale si verificò il naufragio della Santo Spirito, visto dall’alto

In conclusione, essendo plausibile la possibilità che le acque del promontorio di Portofino conservino ancora resti strutturali della Santo Spirito e oggetti appartenenti al suo carico, occorre rilevare che la massa in bronzo dei cannoni eventualmente non recuperati e soprattutto le 14 tonnellate della partita di chiodi rimasti quasi sicuramente sul fondale, costituiscono un affidabile marcatore per la localizzazione del relitto attraverso indagini strumentali mirate a tale scopo.

Renato Gianni Ridella



* Le notizie presenti in questa relazione derivano da fonti archivistiche dirette individuate ed analizzate dall’autore. Si ricorda pure che il caso della nave Iveglia venne portato all’attenzione del pubblico da un articolo di Giuseppe Pessagno uscito su un numero della Gazzetta di Genova del 1902. Alcuni errori contenuti in tale articolo, come la nazionalità spagnola della nave definita impropriamente caracca e la provenienza germanica dei cannoni, si sono perpetuati fino ai nostri giorni nelle pubblicazioni che hanno trattato dell’argomento.